Preside interrogato. A tu per tu con Alfonso Francocci

 

Di solito le domande è lui a farle. Questa volta, invece, abbiamo giocato a ribaltare i ruoli, prendendolo di petto con le nostre domande. Armati di carta e penna, abbiamo bussato alla porta del nuovo dirigente Alfonso Francocci. Lo abbiamo “interrogato” per conoscerlo meglio, partendo da quando era lui a stare dall’altra parte della barricata.

Preside, quando era studente cosa pensava della scuola?

Mi piaceva molto andare a scuola soprattutto quando ero più piccolo, elementari e medie per intenderci. Poi però al liceo ho cominciato a sentire il peso del dovere e delle responsabilità. All’università invece la situazione era diversa perché, essendo una libera scelta, mi faceva piacere frequentarla.

Qual è il suo percorso di studi?

Da ragazzo ho frequentato il liceo classico, mentre all’università ho studiato lingue straniere.

Quand’era ragazzo com’era la scuola?

Erano i tempi dei provvedimenti delegati sulla scuola, quando iniziò la gestione collegiale, se così vogliamo chiamarla. C’era un’aria di novità e di entusiasmo. Erano i primi anni in cui si aprivano le porte ai rappresentati dei genitori e dei ragazzi. 

I rapporti tra studenti e professori erano diversi da come sono oggi?

Oggi si va sempre di più verso la figura del “prof amico”, mentre quando frequentavo il liceo si cercava senz’altro di avere rapporti di scambio positivo, ma non per questo basati sulla confidenza, come accade oggi.

A proposito di distanze accorciate: è d’accordo con l’uso di gruppi Whatsapp tra studenti e professori per fini scolastici?

Se in modo limitato possono essere utili, ma è bene che ci sia solo un rapporto professionale tra insegnante e alunno. È lecito chiedere informazioni ai professori su compiti oppure, viceversa, dare aiuto ad uno studente per indirizzarlo verso un percorso di tipo personalizzato ma attenzione a non trasformarlo in un rapporto tra pari.

 Passiamo a un tema caldo: l’esame di maturità. Cosa ne pensa delle ultime novità?

L’anno scorso c’è stato un grosso cambiamento con l’introduzione delle tre buste, quest’anno probabilmente le cose cambieranno, ma rimarrà il fatto che i professori, durante il colloquio, proporranno del materiale ai ragazzi. Secondo me è giusto che l’esame sia un momento in cui lo studente fa valere le sue esperienze e il credito che ha acquisito nei cinque anni di scuola. Parte conclusiva di questo percorso è dimostrare di saper camminare senza rete. Condivido la visione del nuovo esame di stato e non cambierei nulla a proposito.

Come si diventa preside?

Prima di tutto bisogna avere una piccola dose di pazzia perché è un lavoro effettivamente complesso. Ad ogni modo si deve vincere un concorso ad hoc. Negli anni scorsi io e i miei colleghi abbiamo avuto modo di frequentare anche un percorso di formazione.

Perché ha deciso di diventare dirigente scolastico?

Dopo tanti anni di insegnamento e di collaborazione con la presidenza mi sono sentito abbastanza pronto per questo ruolo. Ѐ stata un po’ un’avventura.

In cosa consiste il suo lavoro?

Il dirigente adesso fa un lavoro che assomiglia in parte a quello del manager. A me piacerebbe di più dedicarmi alla sfera didattica, da condurre insieme ai docenti, però ci sono tante incombenze che ti costringono a lavorare su più piani: bisogna pensare alla gestione della scuola, al piano annuale finanziario, a predisporre un piano su come impiegare le risorse finanziarie e umane.

Quanto tempo dedica al suo lavoro?

Tanto. Mi capita spesso che nel tempo libero mi ritrovi a pensare a cosa ci sia da fare. Tutto è reso più complicato dalla normativa sulla sicurezza poiché il dirigente deve fare in modo che non ci siano pericoli e deve controllare che i ragazzi siano in ambienti sicuri e prevenire i rischi.

Quali sono i suoi hobby e le sue passioni al di fuori dell’ambito scolastico?

Il poco tempo libero che ho lo utilizzo per leggere libri di vario genere, dall’avventura ai romanzi storici. Mi piace anche ascoltare musica e praticare sport, che non fa mai male. Un altro mio hobby è fare il nonno.

Se non fosse preside, quale lavoro le piacerebbe fare?

È una domanda difficile a cui rispondere. Sono un amante della natura quindi di sicuro avrei scelto un lavoro che mi avrebbe permesso di stare all’aria aperta, in campagna o nei boschi, ma non so esattamente quale.

Ha qualche sogno nel cassetto?

Sì, mi piacerebbe vivere all’estero per un periodo.

di Silvia Darida e Irene D’Addario

 

Precedente Licei a Nepi, una scommessa vincente sull'asset strategico della Cassia Successivo Brillare per dare il massimo, la storia di Chiara Mastrogregori